Valori dell’acqua del rubinetto e minerale: cosa significano?

Ammoniaca: la sua presenza nell’acqua è quasi sempre correlata a fenomeni di inquinamento in atto di origine animale, più raramente di origine geologica. L’ammoniaca ha effetti tossici sull’uomo e sugli animali, ma i livelli di concentrazione ai quali è tossica variano secondo l’organismo e dipendono dalla funzionalità del fegato e dei reni. L’ammoniaca può essere naturalmente presente in acque venute a contatto con residui di depositi marini profondi.
Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001:
Ammonio: valore massimo di 0,50 milligrammi/litro
Nitrito: 0,50 milligrammi/litro

Arsenico: può essere di origine geologica, provenendo da rocce vulcaniche, o antropica, come componente di erbicidi, una volta utilizzati e dispersi nel suolo in grandi quantità. E’ utilizzato, inoltre, nell’industria del vetro, dei coloranti, della carta, del legno e delle munizioni. L’arsenico può accumularsi nella pelle, nelle ossa e nei muscoli. Può provocare danni al fegato, al sangue, ai reni e alla cute. E’ tossico e cancerogeno.
Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001: 0,01 milligrammi/litro.

Cadmio: è un veleno che agisce sul sistema nervoso centrale e può provocare nell’uomo il blocco di diverse reazioni chimiche. Nelle acque potabili la concentrazione di questo metallo non può essere superiore a 5 microgrammi/l.

Calcio: componente essenziale di ossa e denti, non è noto di questo metallo alcun effetto nocivo sulla salute; contribuisce alla durezza dell’acqua.

Cloro residuo libero: è la quantità di cloro che rimane disponibile, ai fini della disinfezione, in un campione di acqua sottoposto a clorazione.

Cloruri: sono sali contenenti cloro, per la maggior parte cloruro di sodio, presenti nell’acqua. Possono essere di origine geologica, cioè derivare dalla dissoluzione di rocce contenenti cloruri oppure di origine animale se derivano da deiezioni animali e umane. In quest’ultimo caso la loro presenza è connessa a inquinamento da liquami. Oltre il valore di 200 mg/l di cloruri si possono verificare corrosioni delle tubazioni e sapori sgradevoli.

Conducibilità elettrica: è la capacità dell’acqua di condurre corrente elettrica e la sua misura si esprime in Microsimens/cm. Questa proprietà è direttamente proporzionale alla concentrazione di sali in soluzione; poiché la maggior parte di sali nell’acqua è data da carbonati di calcio e magnesio e poiché questi definiscono la durezza dell’acqua, la misura della conducibilità fornisce un’ottima stima di questo parametro. Oltre il valore di 1800 microsiemens/cm, la conducibilità può causare corrosioni nella rete idrica.
Inoltre, improvvise e brusche variazioni nella conducibilità sono indici di inquinamento.
Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001: 2500 µS/cm

Cromo: a valori di concentrazione superiori a 50 microgrammi/l questo metallo può essere cancerogeno e provocare il blocco di alcune reazioni chimiche che avvengono nell’organismo umano.

Durezza: è una caratteristica naturale dell’acqua, che deriva sostanzialmente dalla presenza in soluzione di ioni calcio Ca++ e magnesio Mg++; è infatti definita come la concentrazione totale di calcio e magnesio, ed è espressa in milligrammi di carbonato di calcio CaCO3 presenti in un litro d’acqua.
L’unità di misura più utilizzata è il Grado Francese (°F), che corrisponde a 10 milligrammi/litro di CaCO3.
Un’altra unità di misura piuttosto diffusa è il Grado Tedesco (°D), legato al grado francese dalla seguente relazione:
1 grado tedesco = 1 grado francese x 0,56
Esistono diversi modi di classificare la durezza delle acque, spesso non coincidenti; la scala seguente può servire come orientamento:
– Acque leggere o dolci: durezza inferiore a 15°F
– Acque mediamente dure: durezza compresa tra 15 e 30°F
– Acque dure: durezza superiore a 30°F
A valori di durezza inferiori a 10°F si possono verificare fenomeni di corrosione della rete idrica, oltre il valore di 50°F si possono verificare fenomeni di incrostazioni, in particolare nelle acque riscaldate.
Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001: valore consigliato da 15 a 50°F

Ferro: l’acqua, passando attraverso minerali ricchi di ferro, porta questo metallo in soluzione, sotto forma, solitamente, di bicarbonato ferroso o legato a sostanze organiche, come derivati degli acidi umici, tannici, ecc…. In questa forma solubile si mantiene nelle acque profonde, ma una volta all’aria, si ossida, precipitando come idrossido ferrico. Nelle acque superficiali il ferro proviene dalle sostanze dilavate dalle acque piovane oppure da scarichi industriali. Valori elevati possono rendere l’acqua sgradevole per colore, odore e sapore, ma non causano conseguenze sfavorevoli alla salute.
Nelle reti di distribuzione, alte concentrazioni di ferro possono dare luogo a fenomeni di deposito e sviluppo di ferro – batteri, particolarmente resistenti all’azione del cloro. La presenza di ferro nell’acqua in uscita dalla rete può indicare la corrosione delle tubature.
A valori di ferro superiori a 200 microgrammi/l di concentrazione si verifica la colorazione gialla dell’acqua, aumento della torbidità, depositi di composti ferrosi sulle pareti delle condotte con possibile proliferazione di batteri e sapore sgradevole.

Fosfati: la presenza di fosfati in tracce non è molto significativa, a causa della loro relativa diffusione nella litosfera; concentrazioni superiori sono invece indice di inquinamento domestico (deiezioni o detersivi sintetici), industriale e agricolo (uso di fertilizzanti). Nelle acque dei fiumi e dei laghi si trovano sempre più frequentemente quantità notevoli di fosfati e questo determina il fenomeno dell’eutrofizzazione, cioè una crescita abnorme di alghe e batteri che sottraggono ossigeno alle altre specie. L’eutrofizzazione conduce ad una carenza di ossigeno, che a sua volta provoca la moria del pesce con successiva putrefazione e produzione di sostanze tossiche e maleodoranti (metano e acido solfidrico). I fosfati devono essere assenti nelle acque potabili.

Fosforo: rappresenta un inquinante diffuso in molti composti quali i detersivi e i fertilizzanti. A concentrazioni superiori a 5 mg/l può rivelare inquinamento da deiezioni umane o animali.

Ione Fluoruro: si può trovare in natura come costituente di rocce e terreni in combinazione con altri elementi, ma può derivare anche da attività industriali presenti sul territorio.
E’ un elemento importante per l’organismo umano, essendo correlato con lo sviluppo dei denti e dello scheletro.
L’assunzione di quantitativi eccessivi di fluoruro attraverso l’acqua o gli alimenti può portare all’insorgere di una malattia a danno dei denti, denominata fluorosi.
Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001: 1,50 milligrammi/litro

Ione Cloruro: è ampiamente distribuito in natura sotto forma di sali di sodio (NaCl), di potassio (KCl) e di calcio (CaCl2). La soglia di percezione organolettica (sapore salato) dei cloruri di sodio e di calcio nelle acque potabili è intorno a 200 – 300 milligrammi/litro.
Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001: è inserito tra i parametri indicatori, con un valore massimo di 250 milligrammi/litro

Ione nitrato: presente naturalmente nell’ambiente facendo parte del ciclo di decomposizione delle sostanze azotate. Inoltre, apporti di nitrati nelle acque di falda possono derivare principalmente dall’utilizzo di fertilizzanti contenenti azoto inorganico o da scarichi contenenti azoto di origine organica.
Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001: 50 milligrammi/litro

Magnesio: è un elemento essenziale per l’organismo umano e rappresenta un fattore indispensabile in alcune reazioni chimiche; concentrazioni superiori a 700 mg/l possono provocare effetti lassativi; contribuisce alla durezza dell’acqua.

Manganese: è un elemento essenziale per l’organismo umano poiché interviene in numerose reazioni metaboliche degli zuccheri, dei grassi e nella sintesi dell’emoglobina. La presenza di manganese a livelli relativamente elevati nell’acqua potabile non sembra costituire un problema tossicologico, poiché già a livelli inferiori a quelli tossici vengono alterate le caratteristiche organolettiche dell’acqua; inoltre si producono incrostazioni nelle tubazioni e macchie nel bucato (si forma un precipitato brunastro).

Nichel: naturalmente presente nelle acque che attraversano sottosuoli con particolare composizione mineralogica, il nichel può anche derivare dalle attività antropiche sul territorio, essendo utilizzato principalmente nella produzione di acciai e leghe al nichel.
Normalmente l’acqua fornisce un contributo poco rilevante all’apporto quotidiano di nichel, la cui principale fonte è costituita dai cibi.
Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001: 20 microgrammi/litro

Nitrati e nitriti: la presenza naturale di nitrati e nitriti nell’ambiente deriva dalla decomposizione, da parte dei microrganismi, del materiale organico contenente azoto animale e vegetale. La presenza di nitrati nei corpi idrici può essere, inoltre, dovuto all’uso di fertilizzanti in agricoltura, ai reflui domestici e agli scarichi industriali.
Nell’uomo la tossicità dei nitrati, assunti con l’alimentazione, si esplica in seguito alla loro riduzione a nitriti da parte della microflora batterica presente nello stomaco; i nitriti, a loro volta, possono provocare l’ossidazione dell’emoglobina a metaemoglobina, la quale non è in grado di trasportare l’ossigeno ai tessuti. Il rischio è particolarmente grave per i neonati al di sotto dei 3 mesi, nei quali il 100% dei nitrati ingeriti viene trasformato in nitriti e potenzialmente causare difficoltà respiratorie e, in casi estremi, asfissia (morbo blu). Negli adulti invece la percentuale di nitrati trasformati in nitriti è circa il 10%.
Tale rischio si può presentare, per le acque potabili, qualora la concentrazione di nitrati superi i 100 mg/l.

 ORP: Potenziale Ossido/Riduttivo è la capacità dell’acqua di agire come antiossidante, ossia anti-invecchiamento. Più il valore è negativo, maggiore è la capacità antiossidante, quindi maggiore è il beneficio per la nostra salute.
Vediamo i valori di ORP in alcuni casi:
– acqua inerte (imbottigliata): da +250 a 400 mV: non è antiossidante;
– acqua di rubinetto: da +200 a +250 mV: non è antiossidante;
– acqua di rubinetto filtrata con apparecchio ad osmosi inversa: +400mV: non è antiossidante;
– succo di carota non bio: –100 mV: leggero antiossidante;
– succo di arancia appena spremuto: –250 mV: antiossidante;
– acqua degli Hunza (popolazione molto longeva ai piedi dell’Himalaia): –350 mV: molto antiossidante;
– acqua alcalina prodotta da uno ionizzatore di ottima qualità: da -280 a -400 mV, a seconda del pH selezionato e dellan qualità dell’acqua in ingresso. E’ molto importante che lo ionizzatore sia dotato di sensore e scheda elettronica per rilevare la qualità dell’acqua in ingresso e regolare il funzionamento della camera di ionizzazione per ottenere sempre un valore di ORP ottimale.

Più l’acqua ha un potenziale negativo, più è ricca di elettroni, la tensione superficiale delle sue molecole si abbassa, più è antiossidante.
“Crediamo che l’antiossidante più efficace e anche il più economico sia la comune acqua di rubinetto filtrata e trattata con l’elettrolisi, l’acqua ionizzata alcalina.” Hidemitsu Hayashi, Direttore del Water Institute di Tokyo.

Ossidabilità:è una misura convenzionale della contaminazione dovuta a materiale organico e a sostanze inorganiche ossidabili presenti nel campione di acqua. L’ossidabilità del permanganato non può pertanto essere utilizzata come una misura rigorosa del tenore in sostanze organiche presenti nell’acqua. Essa è solamente un indice convenzionale che misura le proprietà riducenti dell’acqua.
Tale indice è comunque ben utilizzabile per valutare la qualità dell’acqua: nella generalità dei casi la qualità dell’acqua migliora all’abbassarsi di tale indice. Non è un parametro di per sé pericoloso, tuttavia un valore di ossidabilità alto può favorire fenomeni di crescita batterica nella rete idrica ed ssociarsi ad altri aspetti indesiderabili in un’acqua potabile quali odori, sapori, colori, torbidità.

 pH: è la misura dell’acidità o basicità dell’acqua; la sua scala di misura è compresa tra 0 e 14 unità.
Più una soluzione è acida, minore è il valore di pH, più una soluzione è basica, maggiore è il valore di pH. Analizzando, allora, la scala pH, possiamo dire che una soluzione è acida se il pH e minore di 7, neutra se il pH è uguale a 7, basica se il pH è maggiore di 7.
Valori di pH sotto il 7 possono causare corrosioni nella rete idrica, mentre un alto valore di pH impartisce all’acqua un sapore sgradevole.
Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001: tra 6,5 e 9,5.

Piombo: è un metallo tossico per l’organismo umano. A una concentrazione superiore a 50 microgrammi/l risulta potenzialmente cancerogeno ed è un veleno del cuore e del sistema nervoso centrale.

Residuo fisso 180°C: è il residuo che un’acqua lascia dopo evaporazione alla temperatura di 180°C e ne indica il contenuto in sali. Una brusca variazione del residuo fisso può avere significato di inquinamento. Il residuo fisso è una misura dei sali disciolti nelle acque e deriva principalmente dalla presenza degli ioni sodio, potassio, calcio, magnesio, cloruro, solfato e bicarbonato.
Le specie che contribuiscono al residuo fisso sono prevalentemente di origine naturale, ma possono derivare anche da attività umane presenti sul territorio.
Studi eseguiti con gruppi di assaggiatori hanno evidenziato che valori elevati di residuo fisso, maggiori di 1000 milligrammi/litro (mg/l), possono rendere l’acqua sgradevole o addirittura inaccettabile al gusto, così come valori estremamente bassi danno la sensazione di un’acqua piatta, insipida.
Il residuo fisso è uno dei parametri più utilizzati per il confronto delle acque di rubinetto con le acque imbottigliate.
Le acque possono essere classificate in base al residuo fisso come segue:

  • Minimamente mineralizzate: fino a 50 mg/l
  • Oligominerali o leggermente mineralizzate: fino a 500 mg/l
  • Mediamente mineralizzate: fra 500 e 1500 mg/l
  • Ricche di sali: oltre 1500 mg/l

Limiti di legge previsti dal D.Lgs. 31/2001: valore massimo consigliato di 1500 mg/l

Solfati: il solfato (SO4) si può trovare in quasi tutta l’acqua naturale. L’origine della maggior parte dei composti di solfato è l’ossidazione dei minerali di solfito, la presenza di argille friabili, o gli scarti industriali.
Il solfato è uno dei principali componenti dissolti della pioggia. Le alte concentrazioni di solfato nell’acqua che beviamo possono avere un effetto lassativo quando unite a calcio e magnesio, i due costituenti più comuni della durezza. I batteri che attaccano e riducono i solfati, formano il gas solfuro idrogeno (H2S).
Il carico massimo di solfato suggerito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) nelle linee guida per la qualità dell’acqua potabile, messe a punto a Ginevra nel 1993, è 500 mg/l. Gli standards dell’EU sono più recenti, 1998, completi e rigorosi degli standards WHO, e suggeriscono un massimo di 250 mg/l di solfato nell’acqua destinata a consumo umano.
Le persone non abituate a bere acqua ad elevati livelli di solfato possono andare incontro a disidratazione e diarrea. I bambini sono spesso più sensibili al solfato rispetto agli adulti. Come misura di sicurezza, l’acqua con un livello di solfato che supera i 400 mg/l non dovrebbe essere usata nella preparazione di alimenti per bambini. I bambini più grandi e gli adulti si abituano a livelli elevati di solfato dopo pochi giorni. In quantità superiori a 250 mg/l conferiscono un sapore amaro all’acqua.

TDS: è la misura di tutti minerali contenuti nell’ acqua.
TDS include non solo calcio e magnesio (il fattore di durezza), ma anche zinco, rame, cromo, selenio, ecc.
Normalmente quando il grado di durezza è elevato, anche il TDS è alto.

Torbidità, colore, sapore: determinano soprattutto la gradevolezza dell’acqua a scopo potabile; una buona acqua deve essere limpida, fresca e “piacevole” per tutti i sensi.

Parametri microbiologici

Coliformi totali: sono batteri, a forma di bastoncello, ricercati nelle acque potabili come indice di contaminazione batterica e per verificare il grado di efficienza dei procedimenti di disinfezione. Sono diffusi nel suolo, nelle materie prime di origine animale o vegetale, nelle acque e nell’ambiente in generale. Questi microrganismi non rappresentano un rischio diretto per la salute, poiché non sono di norma patogeni per l’uomo, ma la loro ricerca nelle acque ha lo scopo di stabilire una eventuale contaminazione con materiale fecale che potrebbe contenere batteri patogeni.

Escherichia coli: è un batterio fortemente rappresentato nel tratto gastrointestinale dell’uomo e degli animali a sangue caldo; è ricercato nelle acque potabili come indice di contaminazione da materiale fecale e, quindi, potenzialmente inquinate da batteri patogeni per l’uomo.

Enterococchi: sono batteri, a forma sferica, ricercati nelle acque potabili come indice di un inquinamento da materiale fecale. Rispetto ai coliformi, la loro sopravvivenza in acqua è meno prolungata, motivo per cui la loro presenza indica una contaminazione fecale in atto; inoltre, essendo più resistenti alla clorazione, la loro ricerca fornisce indicazioni sull’efficienza di eventuali processi di disinfezione.

Carica batterica a 22°C e 36°C: rappresentano la somma di tutti i batteri, patogeni e non patogeni, presenti nell’acqua. I batteri si distinguono in base alla loro temperatura di crescita: a 22°C crescono le specie di origine ambientale, mentre a 36°C quelle di origine animale. Il controllo della carica batterica nelle acque potabili non solo permette di definire il grado di inquinamento batterico dell’acqua, ma fornisce indicazioni sull’efficienza dei processi di trattamento e disinfezione eventualmente effettuati.

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